domenica 28 novembre 2010

Chiamatemi Ismaele...che ho bisogno.

Nella storia, come nella letteratura, ci sono sempre stati i sopravvissuti. Naufraghi fortunati tra compagni sommersi, superstiti di calamità, affondamenti, deportazioni di massa, catastrofi umane, annunciate o imprevedibili, incidenti nucleari, esplosioni atomiche (c'è un tale che si è fatto sia Hiroshima che Nagasaki, un abbonato dell'atomica!), cacce alle balene, maledizioni e profezie eccetera, eccetera. Se guardo alla letteratura, mi viene in mente il Vecchio Marinaio di Samuel T. Coleridge condannato a raccontare la maledizione che ha annientato la sua ciurma e lasciato vivo soltanto lui; oppure Ismaele, l'apprendista baleniere, unico sopravvissuto al disastro del Pequod e alla disfatta del capitano Achab; o ancora Lemuel Gulliver, condannato a raccontare le sue storie di nani e giganti davanti ad astanti increduli (per fortuna che aveva portato con se alcune pecore in miniatura); potrei continuare con Robinson Crusoe e Ulisse, ma la memoria inizia a vacillare, non ho libri con me e la connessione a Internet non è buona, insomma potrei scrivere delle stupidaggini. Comunque abbiamo capito, sono tutti superstiti che hanno una storia da raccontare, sono la parte fortunata di un disastro.
Anche i libri di storia sono costellati di sopravvissuti: pensiamo ai perseguitati di tutte le guerre, di tutte le epurazioni e le discriminazioni più violente che poi scrivono e raccontano le loro vicende. Più che a chiunque altro, penso a Primo Levi, naufrago della follia collettiva novecentesca, deportato ad Auschwitz e tornato, in qualche modo, vivo tra i vivi. La storia di Primo Levi, come la racconta egli stesso, può essere facilmente paragonata al mito greco di Cassandra, un essere condannato dagli dei a predire le catastrofi senza essere però creduto dagli altri. Levi raccontava cose talmente orribili che la gente stentava a credergli. Fortunatamente le testimonianze di centinaia di persone, le fotografie e i filmati, hanno contribuito a far entrare nei nostri libri di storia anche questo brutto capitolo.
Ma qual'è l'utilità di raccontare una storia così brutta? A cosa serve leggere degli orrori della guerra se non all'interesse sadico e morboso degli stessi occhi umani che si fermano a curiosare sul luogo di un incidente? Bé, è abbastanza ovvio, dovrebbe servire a non ripetere gli stessi grossolani errori dei nostri padri. Dovrebbe, ma non è così, almeno non del tutto. Le guerre e le deportazioni non sono finite nel 1945. I popoli non hanno smesso di seguire i loro capitani Achab verso la balena bianca. Le guerre si sono solo spostate, ma sono sempre qui, sul pianeta Terra, dai vicini Balcani fino all'Africa, al Medio Oriente e ora nelle Coree. Si sono spostate e non ci fanno più paura, ci fanno solo sentire migliori e più civili, perchè le guerre noi le facciamo da casa, con una carta di credito e un codice PIN. Neppure le deportazioni e le espulsioni su base etnica sono finite e nemmeno si sono spostate: quale luogo in Europa assomiglia di più a un lager di un CPT (ora CIE)? Basta leggere i reportage di Fabrizio Gatti per rendersi conto che davvero non abbiamo imparato niente da tutti questi Ismaele.
Mi domando se la colpa è nostra, che non sappiamo ascoltare, che dobbiamo per forza dare libertà di parola ai negazionisti e ai revisionisti di tutte le storie, oppure è dei sopravvissuti, che, proprio perché privilegiati, non hanno saputo rendere abbastanza drammatico e credibile il loro racconto? Sì perché, come si lamentava Primo Levi ne “I sommersi ed i salvati”, chi torna per raccontare non ha veramente toccato il fondo. Coloro che potrebbero davvero farci paura con le loro storie, e insegnarci forse a imparare anche e soprattutto dagli errori altrui, purtroppo sono morti, hanno “visto la gorgone”. Ma no, non possiamo fare affidamento su Primo Levi, che era troppo severo con sé stesso e soffriva della solita “sindrome del sopravvissuto”, si chiedeva perché proprio lui era stato salvato da quella sommersione collettiva. Anche il Capitano Miller, alla fine del film “Salvate il soldato Ryan” si chiede se si è meritato un tale privilegio. Si chiedono entrambi, forse, sui corpi di chi hanno puntato i piedi per risalire la china. È la sindrome del sopravvissuto, tutto qui. Allora questi vecchi marinai non servono a nulla, sono “buoni da friggere” come dicono dalle mie parti.
Così, fra testimoni scomodi di catastrofi e revisionisti, noi continuiamo a seguire il nostro capitano nella caccia alla balena bianca perché è un duro, non sbaglia mai, s'è fatto da solo. Adesso che è lui che dà gli ordini al pilota, possiamo perdonargli i peccati del passato, del presente e del futuro in nome di un disegno più grande che capiremo a tempo debito. La nostra baleniera, dice lui, è fra le più belle e ammirate del mondo. Così dicevano Hitler, Mussolini, Stalin, Pinochet, Franco, Napoleone, eccetera. E oggi, cosa abbiamo imparato da queste avventure di ramponieri e marinai? Quei capitani pazzi, visionari e suicidi sono ancora tra di noi? Soltanto i prossimi sopravvissuti potranno dirlo, intanto noi continuiamo a complimentarci con chi uccide l'albatro, almeno fino a che la maledizione non si scatena. E quando si scatena, si salvi chi può.




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