martedì 9 novembre 2010

L'odio e una strana coincidenza - Un racconto

Ecco un piccolo racconto che ho scritto qualche anno fa. Perdonatemi gli errori.



So che mi crederete pazzo, lo so già, io stesso stento a credere a quel che mi è accaduto la scorsa estate. Sono passati diversi mesi oramai e in tutta franchezza devo confessare che ero convinto che avrei dimenticato quei fatti e quella notte col passare del tempo. Ma il senso di colpa è un tarlo che scava. Sono tanti tarli che scavano, lenti, silenziosi ma inesorabili; possono passare cent’anni ma alla fine una gamba cede. Ne basta una ed il tavolo crolla. Voglio lasciare questo resoconto alle famiglie delle vittime e sparire per qualche anno. Non per vigliaccheria ma perché non sono affatto sicuro di essere responsabile per quelle vite e se vorrete credere alle mie parole converrete con me su questo punto. Cercherò di raccontare i fatti nel modo più lucido e distaccato possibile, anche se la mia mente vacilla e le mie mani tremano nell’afferrare una penna. Ma devo farlo per dimostrare a me stesso e al mondo che posseggo ancora il senno e l’ordine cerebrale. Lascio a voi il compito di giudicare questo documento e chi lo scrive. Ma non lascerò a nessuno la possibilità di punirmi. Almeno per ora.

Facevo due lavori per mantenermi gli studi, ma solo d’estate. D’inverno il salario del vecchio cinema di provincia era sufficiente ed inoltre dovevo seguire le lezioni alla facoltà di medicina da ottobre a maggio. Il lavoro più interessante lo trovai come manovale per una ditta di scavi archeologici che aveva aperto un cantiere proprio nel mio paese. Avevano trovato un sito pre-romano con numerosi depositi di ceramiche, gioielli in rame, ossa lavorate, resti di cibo e selci (qualche scheggia) ed un sito romano con una fornace ovale da laterizi. Aiutavo due giovani archeologi che ebbi in simpatia dal primo istante, mi insegnarono parecchie cose sul loro lavoro e su come la laurea in archeologia non paghi per niente, tant’è che io ricevevo la stessa tariffa oraria dei ragazzi pur avendo nessuna conoscenza in materia, fatta eccezione per alcuni rudimenti di storia dell'arte. Lavoravamo fianco a fianco sotto il sole, dieci, dodici ore al dì, ma il tempo e la fatica lasciavano il posto all’entusiasmo per un’esperienza nuova, alla sete di conoscenza e all’affetto per i miei nuovi amici.
Il secondo lavoro, a dire il vero, non lo cercai, ma il bisogno gioca brutti scherzi e così quando mi proposero un impiego serale pensai di fare un buon affare nell’accettare di gusto senza tanto stare a discutere sul come e sul quanto. Si trattava di girare per le piazze dei paesini di tutta la regione ad allestire un palco per spettacoli itineranti, con tanto di luci, impianto audio, schermo e proiettore. Mi dissero che era ben pagato e che i soldi sarebbero arrivati a fine stagione, quindi a settembre. Ma lasciate che vi illustri come si svolgeva questo lavoro perché è necessario ai fini del mio resoconto. Due persone: il sottoscritto e il mio collega, Pierre (ma non era francese); due viaggi alla settimana, a volte tre, a volte cinque; un vecchio furgone diesel rosso sovraccarico; sole a piombo sulla testa. Dopo la mattinata al sito archeologico andavo a pranzo, facevo una doccia e aspettavo che il mio collega mi passasse a prendere col furgone. Mi disse di essere puntuale e io fui sempre in anticipo. Lui sempre in ritardo. Si partiva - in ritardo e con molta fretta - per raggiungere la piazza “del giorno”, si mangiava un panino e si montava tutto l’impianto in fretta e furia. A fine serata si smontava e si tornava verso casa passando per Bologna a casa del signor Romani per il resoconto della giornata. Romani era colui che prendeva le richieste di lavoro e spediva noi altri ragazzi a eseguirle, fornendo attrezzature e veicolo. Lasciate che ora vi descriva il mio collega e soprattutto il mio rapporto con lui.
Pierre lo conobbi tre anni prima, faceva il mio stesso mestiere: nella stagione invernale era cineoperatore in provincia. D’estate si dedicava al cinema itinerante. Aveva poco più di trent’anni e beveva come una spugna secca. Beveva e guidava. Mentre guidava rispondeva al telefono. Guidava e cambiava il compact disc nello stereo. Guidava e dopo qualche chilometro si ricordava di allacciare la cintura di sicurezza. Guidava un furgone sovraccarico a velocità massima. Qualunque fosse la strada. Si arrotolava le sigarette sul volante nonostante mi offrissi di farlo io. Guidava in quel modo fregandosene degli altri automobilisti. Ma soprattutto guidava così con un passeggero a bordo. Io. All’inizio cercai di capirlo: provavo in tutti i modi a piacergli, lo assecondavo, reggevo qualunque tipo di inutile discussione iniziasse, parlavo di argomenti che pensavo potessero destare il suo interesse, anche se non ne avevo alcuna voglia. La ricompensa? Mi trattava con sufficienza, al mio minimo errore sul lavoro urlava come un matto, non ascoltava le mie preghiere riguardo al suo modo di guidare, si scolava qualche litro di birra e guidava come se niente fosse. Non mi disse mai quale sarebbe stato il mio compenso, glielo domandai un paio di volte e mi rispose in modo sgarbato di non preoccuparmi perché il signor Romani pagava sempre e bene. Appresi solo che la mia tariffa era circa la metà della sua, io ero solo un aiutante, del resto. È curioso questo punto, la mia tariffa oraria per gli scavi archeologici era identica a quella degli archeologi veri e propri!
Vorrei essere chiaro, i comportamenti di Pierre rimasero tali nonostante le mie ripetute - ma caute e misurate! - lamentele. Come se non bastasse, quando alle ore piccole consegnavamo il rapporto al signor Romani, passando da Bologna, Pierre si fermava a chiacchierare con lui mentre io, per non alimentare ulteriormente quelle inutili discussioni, me ne restavo sul furgone a fumare, imprecare e pregare di arrivare a casa sano e salvo. Avreste dovuto sentire i discorsi che facevano! Pierre raccontava al Romani quanto fosse andata bene la giornata per merito suo, non mancava mai di criticare altri colleghi raccontandogli per filo e per segno ogni più piccola imprecisione sul lavoro. A questo punto devo specificare che gli altri ragazzi che se ne andavano in giro per la regione, se avevano un problema chiamavano il collega più anziano o esperto, proprio Pierre! Ecco, egli denigrava gli altri lavoratori di fronte al capo, spiegandogli quanto fossero imbranati, quante volte avevano chiamato per sciocchezze che lui avrebbe risolto in un attimo. Non solo. Quando eravamo in viaggio decideva lui se accendere l’aria condizionata o bollire di caldo; decideva dove, cosa e quando mangiare; che musica ascoltare durante il viaggio e che strada percorrere; aveva in mano la mia vita ma se gli squillava il telefono mentre eravamo a 150 chilometri orari in autostrada decideva di trafficare col filo dell’auricolare per inserirlo nel cellulare e sistemarselo nell’orecchio. Io tentai di far valere le mie ragioni per trovare almeno un compromesso, ma le mie rimostranze caddero sempre nel vuoto. Dopo poche uscite iniziai a pentirmi di avere accettato l’incarico e ovviamente lo comunicai a Pierre dicendogli che forse mi ero preso un impegno troppo oneroso e che avrei dovuto starmene a casa a preparare i miei esami. Ebbene, egli se la prese, rispose urlando come un pazzo che non avrei potuto mollare l’incarico poiché era troppo tardi per cercare un sostituto, o meglio un allocco come me. Data la mia scarsa prontezza nel rispondere a tono e argutamente, rivelandogli ad esempio i veri motivi del mio malcontento, gli dissi che avrei portato a termine l’incarico come promesso. Un altro “sì” di cui mi sarei pentito ancor più amaramente visto il successivo svolgersi dei fatti. È necessario che ribadisca ancora una volta che il suo comportamento non mutò affatto nei miei confronti, anzi si fece più aspro dopo che una sera una ragazzina mi offrì da bere mentre lavoravo e ci mettemmo a chiacchierare fino al momento di smantellare gli impianti e tornare. Per me fu una bellissima serata, era la prima volta che una ragazza mi si avvicinava con una bottiglia di birra gelata chiedendomi di sedersi con lei. Credo che Pierre fosse invidioso e per questo motivo peggiorò i suoi comportamenti nei miei confronti, specie per quegli aspetti che con tanto garbo gli avevo chiesto di evitare. Iniziai ad odiarlo con tutto me stesso. Ma è forse una colpa? Se rimane odio, per quanto viscerale e genuino, è pur sempre un sentimento e nessun giudice può condannarmi per averlo provato. Lasciate che finisca il mio racconto.
Ogni essere cosciente sa cosa si prova quando si è consapevoli che una brutta esperienza sta per concludersi. Per pigrizia dirò che nel mio caso sento quella gioia interiore e quella morsa allo stomaco che si sentono la prima volta da bambino. Quando sei a scuola e non vedi l’ora di tornare a casa per provare un nuovo giocattolo, o per giocare col gattino che tanto hai penato per fare adottare ai genitori. Sono poi le sensazioni che si provano al primo appuntamento, il venerdì quando si finisce di lavorare o quando la nostra vita sta per avere una svolta ed il futuro si fa incerto ma entusiasmante. Dicevo pigrizia perché è difficile descrivere con inchiostro e carta una tale potenza e viene più facile usare delle metafore. Era un sabato il mio ultimo giorno di lavoro con Pierre. Ero gioioso, direi quasi euforico, l’austerità del mio comportamento degli ultimi tempi era scomparsa e quel giorno ed avevo una gran voglia di parlare, anche con Pierre. Finito il lavoro infatti ci saremmo diretti da Romani per il solito resoconto e per essere pagati. Questo mi interessava e nulla più: ricevere il mio compenso e mandare al diavolo quel lavoro e quegli individui. Arrivammo a Bologna verso le quattro del mattino e parcheggiammo come al solito il mezzo nel cortile posteriore di casa Romani. Diversamente dal solito scesi dal furgone assieme a Pierre perché ero di ottimo umore. Dopo i convenevoli e le solite inutili chiacchiere dei due uomini appresi con disgusto che il denaro non era pronto e che il Romani si trovava in gravi difficoltà finanziarie. Doveva ricevere prima i pagamenti dai comuni e poi avrebbe pagato noi. Almeno tre mesi ci sarebbero voluti. Come al solito strinsi i denti impedendo alle mie proteste di uscire dalla bocca e dissi che avrei aspettato sul furgone mentre loro finivano il dibattito. Mi chiusi sul mezzo ad aspettare, abbassai il finestrino ed accesi una sigaretta mentre qualcosa in me stava rimestando quel calderone d’odio oramai bollente. Cercai di scacciare dalla mia mente ogni pensiero nefasto appellandomi alla mia morale di gentiluomo ma ben presto lasciai che il mio odio si sfogasse almeno nella fantasia. Attesi un quarto d’ora controllando la situazione di tanto in tanto dallo specchietto retrovisore. Sembrava che avessero da dirsi chissà cosa, ma le frasi sconnesse che udivo dalla mia postazione comunicavano solo una grande, inutile e molesta logorrea. Ero davvero stanco di aspettarlo, avrei voluto soltanto tornare a casa mia e dormire un po’ senza pensare al lavoro e a quanto avrei dovuto tirare la cinghia aspettando il denaro. Li stavo odiando con tutte le forze, cercavo anzi di raccogliere altra energia dall’ambiente per odiarli! Poi accadde. Io osservai tutto dallo specchietto del furgone senza muovere un muscolo. Arrivarono due individui corpulenti, credo che portassero dei passamontagna o delle calze sul volto ma non ne sono sicuro data l’oscurità del cortile posteriore. Intimarono ai miei colleghi di consegnare loro telefoni e portafogli, poi li percossero con violenza al volto e ai genitali. Ordinarono a Pierre, che ancora riusciva a reggersi in piedi, di aprire il portello posteriore del furgone. In quel momento il mio cuore prese a battere come mai prima, lo sentivo ingrossarsi ritmicamente nel petto. Presi a sudare ma non mossi un nervo. Pierre aprì il portello rivelando il carico ai due rapinatori. Fortunatamente per me, non potevano vedermi, mentre io potevo vedere loro grazie allo specchio restrovisore ed al piccolo spioncino che dall’abitacolo permetteva la visuale del vano di carico. Quando i rapinatori si resero conto che gli attrezzi e le travi d’acciaio sul furgone non erano appetibili né tanto meno di grande valore, si infuriarono e pestarono ancora un po’ Pierre e il Romani. Frugarono i portafogli dei malcapitati, estrassero il denaro (credo non tanto denaro, perché altrimenti li avrebbero lasciati subito) e sibilarono a Pierre, che era sempre quello meglio ridotto, di vuotare il furgone e di entrarvi e trascinarvi il povero Romani. Entrarono anche loro nel vano posteriore e si chiusero il portellone alle spalle. Aprirono la borsa degli arnesi e si misero al lavoro. A quel punto io ero in preda al terrore, avrei potuto aprire la porta e scappare, ma mi avrebbero sentito e prima che avessi potuto superare la lunghezza del mezzo avrebbero aperto il portello e di certo mi avrebbero preso. Capii che la situazione andava peggiorando ma non osai chiamare la polizia poiché il timore che mi sentissero mi aveva paralizzato, dosavo anche i respiri. Rimasi immobile, schiacciato contro il seggiolino sperando e pregando. Loro nel frattempo lavoravano. Sentii le urla per un quarto d’ora almeno, ma potrei sbagliarmi. In tali momenti la fallacia della memoria umana è tale che i tempi si dilatano e si contraggono seguendo un criterio che mi sfugge. Dovevano essere le sei del mattino quando loro se ne andarono assieme alla notte. Appena fui certo di essere fuori pericolo mi girai, mi affacciai con la massima cautela allo spioncino e puntai la mia torcia all’interno del vano posteriore. Lo spettacolo che mi si parò dinanzi potrei risparmiarvelo ma vorrei riportare ciò che vidi esattamente per dimostrarvi che la mia mente è ancora sana nonostante gli avvenimenti di quella notte, e soprattutto perché non vorrei essere giudicato come un omicida che agisce in preda a un raptus e poi dimentica. Io fui solo un testimone, nient’altro. Vado a concludere la mia testimonianza con il resoconto meticoloso di ciò che vidi, i parenti delle vittime possono evitare la lettura del prossimo paragrafo e passare all’ultima pagina. Credo che abbiate visto abbastanza alle camere ardenti e che non ci sia bisogno che ricordiate.

Devo fare l’ennesima premessa a ciò che mi accingo a riportare. Ho scritto che frequento la facoltà di medicina, e questo ha fatto sì che io non sia impazzito, ma devo dire che i cadaveri che ci fornisce il policlinico sono pochi e per questo vengono custoditi con estrema cura sotto aldeide formica in soluzione acquosa (formaldeide, o formalina recentemente) e quando vengono sezionati in aula sono pressoché privi di liquidi, hanno un colore molto poco naturale ed hanno perso (per fortuna) anche gli odori, fatta eccezione per quello acre del conservante. Certo, negli Stati Uniti le facoltà di medicina dispongono di molti più corpi, almeno uno ogni due o tre studenti, ma la povertà delle nostre università permette forse un approccio alla dissezione più morbido per quanto possa esserlo l’operare su di un cadavere. Ma un approccio morbido non giova alla salute mentale di chi si dovesse un giorno o l'altro trovare di fronte alla realtà di ciò che io vidi quella notte.
Dopo la prima occhiata che diedi dalla finestrella che collega l’abitacolo al vano posteriore capii che sarebbe stato inutile chiamare l’ambulanza. Rimasi qualche istante a fissare i resti con le braccia e le gambe ridotte a tentacoli inermi. Mi feci coraggio e scesi dal veicolo con la massima cautela. Non appena fui certo di essere solo, aggirai il mezzo ed aprii il portello di carico che era rimasto socchiuso. Accesi la luce all’interno del cassone. Ebbi il primo conato di vomito ma riuscii a rigettare all’esterno. I corpi si trovavano distesi parallelamente fra loro ed occupavano la lunghezza del vano. Partiamo dall’alto. Le teste non erano al loro posto, riconobbi i corpi solo per la differenza di corporatura, infatti il Romani era decisamente più robusto di Pierre, posso affermare che era obeso, ecco tutto. Le teste erano disposte ai due angoli anteriori, rispetto al furgone, del vano di carico. Gli occhi e le orecchie erano stati asportati mentre erano ancora vivi, infatti le tracce di sangue erano troppo copiose per un’asportazione postmortem, inoltre i tagli erano incerti, slabbrati e poco precisi, sicuramente i poveretti cercavano di divincolarsi. Il naso di Pierre era di colore viola scuro, senza dubbio il setto nasale era stato sbriciolato dalle percosse. Accesi la torcia ed esaminai meglio i due “trofei”. Vomitai succhi gastrici per la seconda volta quando vidi meglio ciò che avevano in bocca. Ora puntai la torcia sull’inguine prima di uno poi dell’altro corpo. I genitali erano stati asportati quando ancora erano vivi, probabilmente erano morti dissanguati o soffocati perché gli erano stati spinti in bocca. Pierre aveva le estremità delle labbra quasi strappate, segno che gli assassini gliele avevano aperte a forza. Ricordo che mi chiesi come erano riusciti a fare tanto essendo soltanto in due e contro due. Me lo chiedo tuttora.
Esaminai il tronco di entrambi, palmo a palmo, ma era pressoché intonso, fatta eccezione per qualche livido ed un capezzolo strappato a Pierre. I segni erano quelli di una comune pinza da elettricista, che tra l’altro era accanto al corpo del poveretto. Le mani. Con la pinza avevano spappolato quasi tutte le dita a entrambi. Ho già descritto l’inguine dei due disgraziati, aggiungo che avevano rilasciato le urine mentre il Romani aveva persino defecato. Le gambe del poveretto mostravano segni di tagli molto larghi e slabbrati ma non tanto profondi, forse un centimetro sul muscolo e quattro o cinque millimetri sull’osso. Non mi parve una lama affilata come quella di un taglierino o di un bisturi, pareva piuttosto una lamiera o un cacciavite. Le incisioni erano però degne di un chirurgo, percorrevano la lunghezza della coscia fino al ginocchio, lasciando intravedere la sezione dell’epidermide e uno spesso strato adiposo. Le gambe di Pierre erano invece forate, si potrebbe dire che erano state pugnalate ma anche in questo caso i tagli d’entrata erano piuttosto irregolari e di forma rettangolare, molto sottile ed allungata, circa cinque centimetri per sette millimetri, o di forma quadrata con un centimetro circa per lato. I piedi erano stati legati con le funi che usavamo ad assicurare lo schermo per il cinema. Mi accorsi di avere i piedi bagnati, il sangue che gocciolava copiosamente dal furgone aveva permeato le mie scarpe, probabilmente mescolato alle urine e ad altri liquidi organici. Non posso descrivere il mio stato mentale di quegli attimi, posso soltanto dire che chiamai la polizia e aspettai davanti all’abitazione del Romani seduto sul marciapiede con lo sguardo fisso all’asfalto, mentre i peggiori spettri iniziavano ad affollare la mia mente.
Quando arrivarono mi condussero in questura e mi fecero alcune domande sull’accaduto, fui rilasciato poche ore più tardi, quando arrivò mio fratello a prendermi. Del resto ero e sono incensurato, le mie impronte erano ovunque sul furgone assieme a quelle di Pierre, ma non avevano trovato alcuna traccia di sangue sui miei vestiti e nemmeno alcun segno di lotta sul mio corpo, nemmeno una scalfittura sulle nocche. Soltanto le scarpe erano pietosamente coperte di sangue, vomito, urine e feci mescolati fra loro. Non trovarono mai nemmeno le armi del delitto. L’unico indizio che avevano erano le impronte delle scarpe infangate dei malviventi e le tracce di terriccio presenti un po’ ovunque nel furgone e sui cadaveri. La cosa più incredibile che compare sul verbale è che quella terra presentava una composizione incredibilmente eterogenea, niente a che vedere con l’asfalto di Bologna e le aiuole del giardino dello sventurato Romani.
Perché ho rilasciato questa dichiarazione? Perché ho scritto tutto questo? Non è il senso di colpa di chi spera nel male altrui: tutti muoiono e quasi tutti hanno qualcuno che gli vuole male. La confessione che voglio fare è invece tanto incredibile quanto inquietante. Ho scritto che lasciai viaggiare la mia mente in modo da permettere al mio odio di sfogarsi, ho anche scritto che prima di abbandonarmi cercai di reprimere quei pensieri distruttivi e nefasti. Avrei dovuto oppormi con maggior forza e ricacciare simili storture mentali nell’oblio da dove provenivano perché tutto ciò che udii prima e che vidi poi era, fin nei minimi particolari, fino nel modo in cui il sangue si era rappreso e le urine si erano raccolte in rigagnoli e mescolate alle feci, esattamente e spaventosamente identico a quello che avevo desiderato con tutte le forze mentre fumavo sul furgone.

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