giovedì 18 novembre 2010

Un vecchio cinema - Un racconto

Ai piedi delle montagne, dove inizia la grande pianura, c’è una piccola città dove non arrivano strade. Nell’antica piazza, sul lato destro fra la chiesa e il palazzo comunale, si erge il vecchio cinema. Nessuno al paese ricorda più quando fu l’ultima volta che vide accesa l’insegna al neon, nessuno ricorda come si chiama. Ma che importa? In fondo i nomi dei cinema sono sempre gli stessi, Capitol, Odeon, Astoria, Scala…
Ogni tanto, non si sa né come né perché, qualche forestiero riesce ad arrivare al paese e, se ha con sé la macchina fotografica, non può fare a meno di riprendere i palazzi in rovina e il duomo in stile romanico che quasi è sprofondato nella piazza. Lo straniero ruba le immagini dell’unica cattedrale che volge l’abside alla piazza principale e al municipio. Rovina l’emulsione della pellicola con i volti decadenti degli abitanti che, curiosi ma sfuggenti, appaiono dalle finestre fra gli scuri marci. Lo stesso sangue mescolato a se stesso per generazioni. Nessuno sa da quanto. Giovani non se ne vedono, o forse se ne vanno e tornano da vecchi a morire dove sono nati. Più verosimilmente, la gioventù di quel luogo infausto porta i tratti dell’incesto secolare e le fattezze della corruzione della carne.
Il turista attento, però, non sciupa i preziosi rullini con le membra in decomposizione di quegli esseri. Quel turista si ferma dinnanzi al vecchio cinema e ne cattura gli stucchi foderati di rampicanti dalle foglie cordate, che li coprono accompagnandone curve e cornici.
A volte qualcuno prova a chiedere informazioni; pochi cercano il proprietario per domandargli di poter visitare quel sito misterioso. Quasi nessuno tenta la porta. Quel portone di legno, così pesante e borchiato toglie ogni speranza. I tarli non lo hanno intaccato, l’edera non lo copre, i topi non lo roderanno.
Ma se qualcuno avesse un soldo di coraggio? Il gusto per l’ignoto? L’audacia dell’intruso? Potrebbe allora posare la mano sulla maniglia ossidata dai secoli e scoprire che quel pezzo di legno si muove sui cardini con la leggerezza di un sipario.
Se non ha speso tutto il coraggio per accedere a quel luogo dimenticato, fa pochi passi e si trova nell’atrio, nella calda penombra dei velluti cremisi che tappezzano i muri, nel freddo del marmo delle colonne e del pavimento. È sufficiente lasciare che gli occhi si abituino all’oscurità quasi totale perché le orecchie inizino ad percepire suoni, bisbigli e risate. Ancora un piccolo sforzo e l’impavido fortunato oltrepassa cauto il vano che ospita la biglietteria. È chiusa e il vetro è unto e incrinato. Non c’è un’anima a vendere i biglietti, nessuna maschera che ne stacca la matrice.
Ora costui si trova davanti le pesanti tende di velluto scarlatto. Esita. Sente che le voci giungono proprio da li dietro. Trova la forza. Le sposta e si sporge. Ora non ha dubbi: quel soldo di coraggio lo ha speso maledettamente bene.
In sala ci sono le mezze luci, tutto è bagnato di vermiglio, lo stesso dell’atrio. Ma questa volta è acceso da un bagliore tenue e diffuso e da un’impercettibile sinfonia di archi. Un dubbio assale il temerario viaggiatore, sfuma in sbalordito terrore, ma solo per un istante: l’immensa stanza è deserta e i suoni che sentiva non ci sono più. Le poltrone sono libere, fissate al pavimento a formare perfetti quartieri rettangolari. Sono tappezzate da un identico caldo tessuto sangue. Anche il pavimento ne è fasciato. Si accorge allora che non è un pavimento “normale”. O almeno non come lo si intende oggigiorno. È un vecchio cinema. Quindi la caldana è stata colata e tirata leggermente a scendere verso lo schermo, ma non solo, scende anche dai lati verso il centro. Dolcemente. E’ una conchiglia porpora.
L’intruso scatta qualche foto ed impreca per aver dimenticato il cavalletto. Con quelle luci c’è rischio di mosso. Se la sua curiosità non è stata ancora appagata si siede e rimane ancora un po’.
Le luci sfumano lentamente nell’oscurità più assoluta. Il cuore aumenta il suo pulsare, lo sente fino in gola. Poi si accorge che da piccole bocche d’aerazione dalla forma stellata disposte sul pavimento si diffonde una pallida luce gialla. Indica il cammino verso le uscite. Egli si sente più tranquillo. Poi lo schermo si illumina ed inizia il film. Non lo ha mai visto, non lo conosce, eppure, dopo i primi istanti avverte qualcosa di familiare. Si guarda intorno. La sala è piena di gente che fuma, bisbiglia e sghignazza. Sgrana gli occhi ma li volge di nuovo allo schermo. Dejà vu. Un altro. Un altro ancora!
È la sua vita che scorre nel proiettore, la sua piccola ed inutile vita. Ma con qualcosa in più. Le scelte sbagliate. Gli amici persi. Le sconfitte. Non ci sono. È la vita come se non avesse mancato un colpo. Urla, piange, si alza e si volta verso la galleria opposta allo schermo. Segue i segnapasso e sale le scale, correndo, col cuore in gola. Dove inizia il fascio di luce? Cerca la cabina di proiezione, cerca il malvagio proiezionista. Trova soltanto un foro nel muro: è la bocca di un vecchio, forse Dio, forse Zeus. Forse nessuno in particolare. Il film non c’è più, si accendono sfumando le luci di sala e quel viaggiatore non trova nessun accesso alla cabina e ora la finestrella di proiezione è un foro cieco.
Esce dall’edificio ripercorrendo il cammino in senso inverso, in sala non c’è nessuno, nemmeno la sinfonia di archi udita prima. Gira attorno al palazzo ma non ci sono né porte né finestre. Chiede del proprietario, ma non ottiene risposta. Nessuno sa. Nessuno vuole parlare. Egli allora se ne va come è arrivato, per una strada che non esiste.
Quando racconta la sua avventura le labbra degli astanti si schiudono in sorrisi scettici. Nessuno gli crede, è quasi come un moderno Cassandra. Allora mostra le foto, alcune sono bellissime a parer suo ma soprattutto sono indiscutibili. Sono la prova che quel che ha visto, almeno in parte, è del mondo.

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Un vecchio cinema by Riccardo Ferrari is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.
Based on a work at orizzonteperverso.blogspot.com.

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