lunedì 20 dicembre 2010

La verità sull'orrore al municipio

12 dicembre, 20...
Centrale di polizia F.L. di C...
Dichiarazione spontanea del sig. F. R. concernente i fatti avvenuti il giorno 5 dicembre 20... nella città di C... alle ore 8.30 circa. Il signor F. si è presentato spontaneamente per deporre dichiarando di essere a conoscenza di elementi di primaria importanza per le indagini tuttora in corso. Stenografia a cura dell'appuntato G. G., assistono alla deposizione gli agenti tenente S. R. e sottotenente D. L.
La deposizione è stata videoregistrata dalle telecamere di sorveglianza della centrale F. L., segue trascrizione.

Il mio nome è F. R., sono nato il 31/05/19... a S..., ho 55 anni e sono un medico. Prima di iniziare a narrarvi tutto quello che so riguardo ai fatti orribili avvenuti in città il 5 dicembre scorso è d'obbligo che io vi dica che sono una persona stimata da tutti i miei colleghi, dai miei pazienti e dai miei conoscenti. Nessuna delle persone che mi frequentano, anche soltanto abitualmente, potrà mai parlarvi male di me, neppure dichiarare di averlo sentito fare da chicchessia. Ho una moglie e tre bellissimi figli che, nonostante i fatti avvenuti negli ultimi tempi in casa mia, non potranno mai dichiarare di aver subito maltrattamenti da parte mia, né tanto meno di essere stati trascurati in alcun modo. Ciononostante tutti quanti hanno deciso di abbandonarmi e io non posso biasimarli. Sono cambiato profondamente da quando ho conosciuto il giudice V., una persona terribile, maligna, blasfema e superba, dotata però di un'intelligenza non comune e di un fascino che definirei magnetico. I fragili limiti della mia integrità mentale hanno iniziato a logorarsi sotto l'influsso di un essere così malvagio, ne sono sicuro, anche se non posso provarlo, non con certezza. Lo conobbi esattamente un anno fa e da quel momento tutto è iniziato.
Avevo appena finito di discutere con mia moglie a proposito delle solite sciocchezze riguardanti le faccende di casa, tipico delle coppie sposate, perciò decisi di uscire per andare al club e per lasciare raffreddare gli animi. Giunto al club, entrai, salutai i miei conoscenti, ordinai un sigaro, un cognac e mi sedetti sulla terrazza che dava sul cortile interno perché, nonostante l'inverno fosse alle porte, c'era un'insolita tiepida brezza che rendeva l'aria limpida, calda e asciutta. Stavo in disparte, era una delle poche volte che lo facevo, però non avevo voglia di sedermi al tavolo verde con gli altri soci, non ero ancora dell'umore adatto. Dieci minuti più tardi, mi sentivo già molto meglio, avevo smesso di pensare a mia moglie e ai problemi della coppia, contemplavo il cielo stellato e non mi sarei seduto a quel dannato tavolo verde nemmeno per tutte le fiches del mondo. Proprio mentre stavo per assopirmi, assorto com'ero nella contemplazione di quell'infinita incognita nera che è l'universo, apparve improvvisamente (questa fu la mia sensazione) la figura del giudice V., che allora nessuno al club conosceva. Si presentò stringendomi la mano e si sedette al mio tavolo. Parlammo tutta la notte, non ricordo nemmeno di quali argomenti, ma il fatto è che da quel giorno ci frequentammo molto spesso. E, sempre da quel giorno, il rapporto con mia moglie prese a deteriorarsi molto rapidamente, le discussioni si fecero più frequenti anche se i motivi d'attrito erano i soliti. Mia moglie si lamentava della mia pigrizia, del fatto che non facessi niente per lei e per i nostri figli che non fosse pagare le spese. Io obiettavo con parole accese che, nonostante non la aiutassi nelle faccende quotidiane, quando c'era bisogno dell'uomo di casa per montare lampadari e scaffali o per spostare i mobili massicci non mi tiravo indietro, no di certo. Ella non sentiva ragioni e col senno di poi posso capirla, ma ciò che più mi faceva imbestialire e che non ho mai sopportato erano le sue generalizzazioni: non fai mai niente, non giochi mai coi bambini, non mi aiuti mai, sei un buono a nulla. In quei momenti la odiavo, avrei voluto che tutto ciò che avevo fatto per lei fosse svanito improvvisamente, la casa, i gioielli, le pellicce, i quadri...e parliamo delle riparazioni alla sua automobile (pagata da me, tra l'altro), che ne sarebbe stato di quel povero motore? Ho sempre odiato le generalizzazioni e se leggessi una frase del genere su un quotidiano sarei capace di sbottare e di stracciarlo seduta stante.
Una mattina parlai di tutto ciò al mio nuovo amico ed egli, per tutta risposta, mi invitò a prendere un caffè a casa sua nel pomeriggio. Quando entrai nella sua villa una cameriera mi fece accomodare in salotto e mi pregò di attendere il mio ospite, il quale sarebbe arrivato a momenti. Mi accomodai su di una poltrona e iniziai a ispezionare la stanza con lo sguardo, poiché ritenevo che non vi fosse modo migliore per conoscere una persona se non quello di esaminare il luogo dove passa la maggior parte del proprio tempo. Non trovai però niente di significativo, a parte la pergamena della sua laurea in legge della Miskatonic University di Arkham, New England, negli Stati Uniti. Immediatamente capii che non era il salotto il luogo prediletto dal giudice, erano, anzi, i suoi libri il posto nel quale preferiva passare il suo tempo. Non parlo dei tomi di diritto, quelli riposavano in pace, quasi intonsi, in una vetrinetta chiusa a chiave, ma parlo dei libri che notai sullo scrittoio. Erano aperti, logori, unti, strappati, incredibilmente antichi, ma sembrava che l'utilizzo intensivo li tenesse in vita anziché consumarli. Il mio interesse per i libri antichi mi permise di riconoscere alcuni titoli fra quelli che lessi, ma nessuno di essi significava per me in quel momento alcunché di particolare, c'era una copia del Regnum Congo di Pigafetta, una bellissima edizione rilegata a mano del Daemonolatreia di Remigio, una delle prime stampe del De Masticatione Mortuorum in Tumulis di Ranft, una raccolta dei misteriosi Manoscritti Pnacotici, c'era perfino il De cultibus ineffabilibus vel infandis, traduzione latina del grimorio di Von Juntz (titolo originale Unaussprechlichen Kulten). C'era poi il De Vermis Mysteriis di Prinn – quest'ultimo senza rilegatura, ma tutto sommato in ottimo stato. Erano tutti titoli dei quali avevo sentito parlare da alcuni amici collezionisti e, sinceramente, conoscevo solo vagamente il loro contenuto. C'era poi un altro volume, dalla spessa copertina di pelle, del quale, a un primo sguardo, non seppi trovare il titolo; non mi riuscì nemmeno di capire di quale animale fosse la pelle incredibilmente liscia usata per confezionare quel libro. Aprii la striscia di cuoio che sigillava il tomo e sfogliando le pagine lessi:

Al Azif
Abdul Alhazred
***
Lione, Francia
A.D. MCDLXXII
Olaus Wormius

Al Azif, il titolo, pensai, Abdul Alhazred, l'autore, edizione francese del 1472, tradotta da Olaus Wormius. Un fievole lume si accese nel buio totale della mia memoria, ma ancora non capivo cosa stessi sfogliando. Tradussi freneticamente la prima frase dal latino:

La notte s'apre sull'orlo dell'abisso. Le porte dell'inferno sono chiuse, a tuo rischio le tenti. Al tuo richiamo si desterà qualcosa per risponderti. Questo regalo lascio all'umanità, ecco le chiavi. Cerca le serrature, sii soddisfatto. Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred: per primo io le ho trovate e sono matto.

Un tocco gelido mi percorse la colonna vertebrale: mi trovavo di fronte al Necronomicon dell'arabo pazzo Abdul Alhazred, allora esisteva! Iniziai a sudare copiosamente, dovevo andarmene da quel luogo e interrompere qualsiasi rapporto col giudice V., chiunque egli fosse e di qualsiasi natura fossero le sue intenzioni verso di me. In quell'istante entrò la cameriera, sobbalzai per lo spavento ma non mi scomposi, mi affrettai anzi a chiedere notizie del giudice dicendo che mi ero ricordato proprio in quel momento di un importante impegno di lavoro. La cameriera non disse una parola ma mi consegnò un biglietto. Lo lessi:

Carissimo amico, mi dispiace che tu abbia dovuto attendermi invano ma sono dovuto partire in fretta per motivi che non posso spiegarti ora. Il conforto che cerchi lo troverai nei libri che ho lasciato per te sul mio scrittorio. Loro sapranno consigliarti meglio di quanto avrei potuto farlo io. Purtroppo i miei impegni mi terranno lontano per parecchio tempo per cui non posso nemmeno salutarti col solito “a presto”. Addio, allora. V.

Vi giuro che non so spiegarvi perché lo feci, ma raccolsi quei libri maledetti e me ne andai.
Lasciai il lavoro e passai le successive sei settimane chiuso nel mio seminterrato con quei volumi in preda a una febbrile e morbosa sete di conoscenza. Se solo avessi dato retta alle parole d'avvertimento di Alhazred! Ma chiunque abbia a che fare coi bambini sa benissimo che i moniti non servono ad altro che a riempire la bocca e a scaldare l'atmosfera e che niente, proprio niente, può contrastare la curiosità che è propria di certi animali, fra i quali anche l'uomo. L'unico metodo per capire un errore è proprio quello di commetterlo! Inciampando nell'errore impareremo ad evitarlo la volta successiva. Però ci sono errori, ahimè, che si possono fare una volta sola. Fu così che mi isolai completamente dal resto del mondo e che gli unici scambi di parole che avevo erano le litigate sempre più furiose con mia moglie. Ma la maggior parte del tempo, come ho detto, la passai a studiare quei libri. Venni a conoscenza di formule che nessun essere umano dovrebbe conoscere, imparai la cosmogonia dei Grandi Antichi - Cthulhu che attende sognando nell'isola sommersa di R'lyeh, Azathoth il dio del caos che, cieco e idiota, gorgoglia blasfemità al centro dell'universo - conobbi e visitai la miserabile e remota Città Senza Nome, con le tecniche apprese dal Necronomicon acquisii il dono dell'ubiquità mentale, e lessi sulla pietra il distico di cui narra l'arabo pazzo:

Non è morto tutto quello che in eterno giace
In strani eoni perfin la morte riposa in pace1

So che mi credete pazzo, ve lo leggo negli occhi, e forse non avete torto. Se tutti sapessero...dio mio...non esiste mente umana che rimarrebbe entro i confini della sanità mentale! I nostri dei, le nostre religioni, la nostra scienza, perfino la geometria euclidea! Sono tutte bazzecole, inezie, scherzi, grossolani errori di prospettiva. Se il nostro Dio esistesse potrebbe, al massimo, aspirare a fare da usciere al grande Cthulhu! Ma voi non potete capire, esattamente come non capivo io stesso quali baratri avevo scoperchiato quando riemersi dalla mia cantina quel giorno. Era il 5 dicembre e mi sentivo benissimo.

Mia moglie vedendomi ridotto a un mucchio di capelli, barba e stracci mi aggredì per i soliti motivi. Quella volta, però, accadde qualcosa. Caddero i quadri che avevo appeso, i lampadari e le scaffalature, scomparvero i gioielli dalle dita e dal collo di mia moglie come scomparve la sua dentatura posticcia lasciando al suo posto un'orribile caverna di carne. Guardai quella donna e mi accorsi solo allora che era vecchia. Poi buttai l'occhio attraverso la finestra sul cortile e vidi che dal cofano dell'auto di mia moglie usciva un vapore bianco densissimo mentre, fra le ruote anteriori, si andava formando una macchia lucida e scura. Avevo desiderato che quelle cose accadessero e, non appena le avevo immaginate, erano successe. Non avevo alcun dubbio oramai: dalla mia parte avevo i Grandi Antichi e i loro poteri. Nessuno si sarebbe più permesso di chiamarmi buono a nulla. Ora è necessario che vi spieghi perché mi trovo qui, in questura. Dopo quel che era successo a casa quella mattina, mia moglie aveva portato via i bambini ed era tornata da sua madre. Mi aveva lasciato dicendo che sarebbe tornata quando le fosse stato restituito il suo vero marito. A quelle parole feci spallucce e mi recai al club in preda a una nuova e strana euforia. Presi un caffè, il quotidiano e mi sedetti a leggere sulla veranda nonostante il freddo e l'umidità. Qualche minuto più tardi irruppe nel locale un giovanotto che pareva fuori di sé dalla paura. “Venite a vedere, presto! E' la fine!” disse con voce strozzata. Posai il giornale e seguii gli altri soci fuori, prima in strada e poi al municipio che si trovava di fronte al club, dalla parte opposta della piccola piazza. Una folla di gente era già accorsa e premeva per entrare nel palazzo comunale. Voi sapete già cos'era accaduto al municipio, non c'è bisogno che ve lo dica. Vi racconterò invece perché scappai in preda alla disperazione quando seppi da un giornalista cosa era successo. Bene, leggendo il giornale, poche decine di minuti prima, incappai in un articolo a firma del vice-sindaco, il signor M.B., dove egli affermava che i medici, scioperando, avevano perso la testa. Vi ho già detto come reagisco a tali esagerazioni e generalizzazioni, così ho pensato che sarebbe stato opportuno che tutti, al municipio, perdessero le loro inutili teste. Ma capitemi! Era solo un pensiero, una di quelle cose che si dicono al bar! Da ciò che leggo nei vostri occhi avete capito. Avete realizzato perché dei 167 corpi decapitati al municipio non siete riusciti a recuperare nemmeno una testa!
Ora vi avverto: io ho confessato per il terribile rimorso, sono rimasto solo e la mia anima è dannata per sempre e irreversibilmente, ma il mio corpo, questo inutile e pesante involucro, è l'ultima cosa che mi resta, per cui vi chiedo di essere indulgenti con questo pezzo di carne in putrefazione e di non imprigionarmi. Al contrario dovrete proteggermi e fare in modo che gli ultimi anni che mi rimangono su questo pianeta siano piacevoli, pagherò il conto delle mie azioni a ben altre entità. Se farete come vi dico posso promettervi che cercherò di non fare brutti pensieri, di essere allegro e di continuare a lavorare per questa comunità. Se, invece, vorrete drogarmi e chiudermi in una stanza con le pareti imbottite posso promettervi che non appena avrò un barlume di coscienza cercherò di pensare a quanto è stupido ed esagerato affermare che i poliziotti in questa città sono solo carne da macello.
Signori, buona serata.
    Fine della trascrizione
UN DEMONE - disegno ed elaborazione di Riccardo Ferrari

Ho scritto questo piccolo racconto come tributo al grande scrittore di Providence Howard Phillips Lovecraft i cui racconti mi hanno sempre affascinato, naturalmente questo vuole essere solo un gioco, un esperimento, niente di serio, anche perché avrete notato che il protagonista si arrabbia e scomoda i Grandi Antichi per delle cavolate. Spero che i cultori di Lovecraft e di Poe mi perdonino per questa indegna incursione nella letteratura americana. Nda.





1That is not dead which can eternal lie/And with strange aeons even death may die Questa traduzione del famoso distico di Lovecraft è mia, le altre non mi soddisfacevano del tutto, e non facevano rima come invece fa l'originale. Spero di essere stato fedele, un po' al significato e un po' al ritmo. Robe da traduttori comunque.


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2 commenti:

  1. beh non sono un fanatico di HPL, preferisco il tuo stile (quello del cinema di provincia per intenderci), è più sognante e godibile. Come sempre, oltre a dominare bene le parole, ti salvano le idee. C'hai una testa che ti fuma, complimenti!

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  2. @Paolo ehi, sei troppo buono, vacci piano che la gente potrebbe pensare che siamo parenti o fidanzati. ahahah!

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