lunedì 20 dicembre 2010

Proletari da bar - Un quasi racconto italiano

(ripubblico questo post con qualche piccolo ritocco, nda)

Una volta, prendendo un caffè in un bar ho origliato involontariamente una interessante conversazione, per cui ho deciso di riportarla qui così come la ricordo. Non ogni singola sillaba, si capisce. A parlare erano due ragazzi che potevano avere dai 25 ai 35 anni. Dato che non conosco i loro veri nomi li chiamerò Abele e Caino, per comodità. Per dovere di cronaca riporterò anche le espressioni più colorite ma devo ammettere che la cosa non mi piace per niente.

Abele prende un sorso di caffè e sbotta:
“Mi son rotto i coglioni! Se mi deve pagare il 15 del mese allora io ESIGO che il bonifico non mi arrivi più tardi del 17, però con valuta al 15! Non è possibile, cazzo, che tutti i mesi devo telefonare perché non sono arrivati i soldi. Io vado a lavorare tutti i giorni in orario. In orario, capito?”
Caino finisce la sua sambuca e succhiando un chicco di caffè risponde:
“Hai ragione, Abele. È proprio un figlio di puttana. I soldi per pagarci ce li ha. Capirei se fosse in difficoltà. Peròoo...”
“Certo che anche tu – lo rimprovera Abele – se c'è da dirgli qualcosa ti tiri sempre indietro e alla fine sono sempre io il coglione che va in avanscoperta. Siamo solo in due e se gliele cantiamo insieme deve ascoltarci per forza! Sennò io passo sempre per il sovversivo e tu per lo stacanovista.”
Caino guarda Abele un po' storto e replica:
“Io non voglio litigarci, ho un affitto da pagare, le bollette, una fidanzata...”
“Si ma non capisci, allora. Siamo solo noi due a lavorare per lui, cioè se glielo diciamo insieme vedrai che c'ascolta! Cosa fa, ci licenzia tutti e due? Non può, rimarrebbe a piedi. E poi, è una questione di principio, di giustizia, perdio! Capisci?”
“Giustizia, Abele...a me alla fine importa che i soldi mi arrivino e che io veda quello stronzo il meno possibile. Pensa anche a chi sta peggio. Voglio dire, c'è gente che non viene pagata per mesi. Alcuni vanno in cassa integrazione e prendono una miseria.”
“Senti Caino, io prendo una miseria anche se lavoro. Il problema è proprio questo: pensi sempre che potrebbe andare peggio, che ci sono degli altri che stanno peggio, che il loro capo non li paga. Ma io voglio solo quello che mi spetta per legge. Io lavoro e voglio essere pagato. Io vado al lavoro nei giorni e nelle ore previste e voglio essere pagato nel giorno previsto. Salvo imprevisti, s'intende. E non dimentichiamo, non dimentichiamo che esiste anche la tortura, o la pena di morte, cosa facciamo, ci passiamo sopra perché ce ne sono dei più stronzi di così? Rinunciamo ai nostri diritti solo perché nel mondo ci sono i dittatori e i finti democrat...”
“Ascolta Abele, adesso stai andando off-topic. Io dico solo che non mi va di litigarci, punto. Se mi metto a discutere col capo di 'ste cose va a finire che lo mando affanculo e addio lavoro, addio casa e mi tocca di tornare dai miei. ”
“Belle scuse le tue. Così gliela diamo vinta. Lui così sa che può pagarci in ritardo. Sa che può pagarci poco, che può farci un contratto di merda e trattarci come degli schiavi. Hai letto Bakunin?”
“No.”
“Fa lo stesso. Noi non protestiamo mai. Lui ci fa un contratto precario col minimo contrattuale, ci paga in ritardo e se gli chiediamo un aumento...no, ti ricordi cos'ha avuto il coraggio di dirci? Ci ha detto che se chiedevamo un aumento lui chiudeva baracca e burattini piuttosto che darcelo e...”
“Ah mi ricordo. Ha detto anche che fuori dall'ufficio aveva la fila. Con la crisi che c'è...”
“Sai cosa ti dico Caino? Dobbiamo parlargli insieme, dirgli le cose in faccia. Lui fa così solo per metterci paura. Fidati, te lo dico io. Ha la fila fuori dall'ufficio...vedrai che se lo lasciamo a piedi una sola giornata, dico una sola giornata, dopo ci ascolta per forza.”
“No, io non voglio casini Abele, alla fine mi paga e va bene così, dai, anche tu...”
“Va bene, allora non mi rompere più le palle tutti i santi mesi, che mi chiedi 'ti è arrivato il bonifico?' Non ti lamentare più se prendi poco, se ti tratta male, se la tua vita è condizionata dal tuo contratto e se il tuo contratto è una merda. Non andare dai sindacati per farti dire che il tuo contratto fa schifo per poi non concludere niente. Non ti lamentare se ogni anno le ore aumentano e lo stipendio diminuisce. Non fare il compagno se poi fai il gioco del padrone. Io, da solo, non posso farci proprio niente. Lo vedi? Checcazzo, stiamo qui a litigare fra di noi quando dovremmo prendercela con lui. Non lo vedi? È proprio questo che vuole lui, che i suoi dipendenti abbiano talmente bisogno di un lavoro da non rivendicare nemmeno il più piccolo diritto. L'unione fa la forza? Col cazzo. La divisione fa la forza, ma la sua, non la nostra. E il nostro bisogno di soldi uccide qualsiasi nostra speranza di cambiamento. È una tristezza totale e definitiva, Caino. Ti rendi conto?” Abele ingoia il primo sorso di sambuca e una smorfia di disgusto compare sul suo volto. Non ho capito se fosse dovuta ai 40 gradi della sambuca o a qualcos'altro. Caino continua a specchiarsi di nascosto sulle vetrinette del bar aggiustandosi i capelli folti e neri e ormai non lo ascolta più. Abele lo guarda con un misto di compassione e disprezzo. Caino si volta di scatto, arrossisce perché si accorge che mentre si specchiava Abele lo stava guardando. Allora riprende il discorso per distogliere l'attenzione da quel suo vezzo scoperto:
“Sai cosa c'è? Che tu non hai voglia di lavorare. Ti lamenti che prendi poco ma se c'è da muovere il culo ti sa fatica. Che due palle di qua, che due coglioni di la. Io faccio molte più ore di te e non mi lamento mai. Per questo poi il capo ti tratta male. ”
“Senti un po' – lo apostrofa Abele – a me non interessa lavorare di più o prendere di più. Non capisci? Io voglio solo quello che mi spetta. Non lavoro per avere una macchina più grande o la televisione più piatta, lavoro per vivere e per stare tranquillo. Ma evidentemente siamo su due piani diversi. E poi? Eh? Se ti proponessi di dividerci esattamente le ore di lavoro sono sicuro che a te non andrebbe bene. Perché tu ti devi pagare il tivù ellecidi, le rate dello stereo, le cene al ristorante, i gadget elettronici (che non sai nemmeno usare), i jeans firmati, le stronzate della tua fidanzata, che non sono poche, e via dicendo. Io non è che più compro e più son felice. Te invece...”
“Cosa c'entra adesso la mia fidanzata?”
“Ma sì, è una stronza, ti tiene per le palle. E mettici il compleanno del padre, il battesimo del nipote, la giacca di Miumiu che 'è un capo non può mancare nel guardaroba di una donna' [questo devo proprio dirlo alla mia morosa, nda], il gioiello, le borse di pitone, gli stivali di copale, la piessetre, la vu-i, la piessepi, l'aipad, l'aipod e tutte le cazzate che comprate ogni volta. Poi, magari, si licenzia perché litiga coi colleghi e intanto il coglione che lavora e paga è sempre tranquillo e non ha problemi a prenderlo nel culo dal capo! E i regali, i regalini, il ristorante esotico poi un calice di vino in centro che fanno tanto intellettuale niuiorchese, l'Ikea una volta al mese...”
La conversazione si era spostata leggermente e i toni si stavano alzando. Mi sentivo in imbarazzo per quei due che, tra le altre cose, avevano circa la mia età. Così pagai il conto e me ne andai. Come mi raccontò qualche giorno dopo il barista, un mio caro amico, quei due se le diedero di santa ragione. Magari, poi, si sono presi una birra. Io lo spero.

La speranza, se c'è una speranza, risiede nei prolet e nella loro forza potenziale e collettiva, scriveva George Orwell in "1984", ma sul palazzo bianco a forma di piramide del partito erano scolpiti altri slogan. Poi lo sappiamo com'è andata a finire quella storia. 
 




Ma un'altra grande forza
spiegava allora le sue ali
parole che dicevano
"gli uomini sono tutti uguali"
e contro ai re e ai tiranni
scoppiava nella via
la bomba proletaria
ed illuminava l'aria
la fiaccola dell'anarchia 
(La Locomotiva - Francesco Guccini)

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