giovedì 6 gennaio 2011

DIO SBARBI LA REGINA - Un quasi racconto britannico

Fotografia ed elaborazione di Riccardo Ferrari


Londra, 29 aprile 2008. Era la mia prima volta nella capitale britannica e tutti attorno a me potevano notarlo: ero l'unico essere umano senza l'ombrello sotto a una pioggia che cadeva leggera ma fredda e ostinata. Come mi accade spesso, mi sentivo sprovveduto e impacciato mentre la gente attorno pareva a proprio agio in quel bagnato. Un leggero bruciore alla gola mi annunciò che mi ero ammalato e che di lì a poco avrei dovuto sdraiarmi su un materasso asciutto. Acquistai un tè caldo da uno dei tanti fast-food che si trovavano a Liverpool Street Station per poi ritrovarmi ancor più impedito nei movimenti. Gettai il tè e mi rifugiai sotto una pensilina per aspettare il primo di tanti autobus. Su un cartellone pubblicitario Elisabetta sorrideva; ricordo che pensai: "god shave the queen" oppure "god slave the queen" e anche "che cazzo di cappello hai, vecchia, perchè ti vesti di giallo?". Dopo 4 autobus e 3 chilometri di camminata raggiunsi la casa dove mi avrebbero ospitato per quella notte. Vi abitava un'amica che stava a Londra già da qualche mese e che mi aveva offerto un letto finchè non avessi trovato una sistemazione altrove. Fortunatamente l'avevo trovata prima di partire e il giorno dopo tolsi il disturbo e mi sistemai nella mia nuova mezza stanza in un appartamento a Clarence Crescent vicino a Clapham Common, zona 2, sud-est della città. Quello che cercavo a Londra era un lavoro e la possibilità di fare qualche esperienza nuova, ma il termometro che mi sfilai dall'ascella mi disse che sarebbe stato più opportuno cercare del paracetamolo e dei fazzoletti da naso prima di affrontare qualsiasi avventura. Chiesi ai miei nuovi coinquilini dove si trovasse la più vicina farmacia ed essi mi consigliarono di recarmi, invece, al supermercato dove avrei trovato anche i medicinali. Dato che mi servivano anche altre cose, tipo pane, pasta, sale, olio, caffè e acqua, pensai che fosse un'ottima idea e mi recai presso quello più vicino che si trovava a un autobus di distanza dalla mia nuova casa. Era la mia prima spesa inglese.
All'interno del negozio c'era la filodiffusione e lo speaker annunciava che un ragazzo di 16 anni era stato accoltellato in pieno centro, vicino a Oxford Street, di fronte al McDonald's. Una resa dei conti fra bande o qualcosa del genere, era il quindicesimo minorenne che veniva ucciso a Londra dall'inizio dell'anno. "Città violentuccia" pensai e in effetti il leggero sospetto che Londra fosse una città nervosa mi era venuto quando avevo visto un signore di mezza età prendere a schiaffi un ragazzino su un autobus in seguito a una discussione per il volume troppo alto dell'iPod del giovane. Londra infatti pullulava di ragazzini vestiti come 50 Cent che appena montavano su un mezzo pubblico estraevano dalle tasche dei piccoli e potenti altoparlanti e sparavano musica hip-hop al massimo volume per la gioia degli altri passeggeri. Qualcuno protestava e si litigava, così su ogni autobus e treno della città c'erano cartelli che invitavano ad abbassare il volume, a non mangiare cibi puzzolenti e ad alzarsi per far accomodare gli anziani e le donne incinte. Mi piacevano quei cartelli colorati, semplici, con tanti disegni e poche scritte. Un altro cartello diceva "Smile, you're on camera" per avvertire che gli autobus erano provvisti di telecamere a circuito chiuso. Quegli avvertimenti e quei divieti mascherati da consigli erano però sintomo di un'umanità che faticava a sopportare perfino se stessa e le proprie differenze. Altri cartelli pubblicizzavano il nuovo capitolo della saga di Grand Theft Auto del quale c'erano gigantografie sparse per tutta la città, altri ancora invitavano ad arruolarsi nell'esercito e altri ancora nel MI5, i servizi segreti di Sua Maestà. I mezzi pubblici raccontano molto di una città, specialmente di una metropoli come Londra dove sono una necessità come l'acqua corrente o il riscaldamento nelle case. Non so se c'è un collegamento fra Grand Theft Auto, la musica hip-hop e le guerre fra bande, certo è che quei bambini con enormi tute Nike, la bandana e il cappellino degli Yankees scimmiottavano le gang americane riprodotte dal videogioco e sdoganate su MTV ed è pur sempre vero che qualcuno di quei piccoletti girava col coltello. Così, se provi a rubargli la ragazza o a parlare male di lui ti becchi una sciabolata e un articolo in prima pagina.
Ricapitolando, ero al supermercato per comprarmi cibi e medicine. Dopo aver messo nel carrello un dentifricio "appointed by the Prince of Wales" e una confezione di tè "appointed by Her Majesty the Queen Elizabeth II", raggiunsi la corsia dei farmaci e scoprii con sorpresa che venivano venduti esattamente come l'acqua minerale: sui banchi delle corsie, incustoditi. E non c'era solo il paracetamolo, c'era l'aspirina, ovviamente, e c'erano gli sciroppi contro la tosse. Notai anche un preparato che serviva per alleviare i sintomi del day-after o hang-over (ah, in italiano i postumi della sbronza), Resolve mi pare che si chiamasse – ma, come scoprii più avanti, non funzionava. Attirò la mia attenzione il fatto che le confezioni dei farmaci erano colorate e accattivanti esattamente come se si trattasse di caramelle o di un deodorante per l'uomo che non deve chiedere mai. Nonostante la vasta scelta di cocktail di analgesici – uno era agghiacciante, aspirina, paracetamolo e caffeina, tipo "se stai per crepare ma devi comunque andare in ufficio ecco la soluzione che fa per te" – afferrai una confezione argentata di paracetamolo in compresse e terminai la mia spesa.
Mentre ero sull'autobus del ritorno, pensai che fosse positivo il fatto che si potesse acquistare liberamente l'aspirina senza dover parlare con un farmacista. Ma poi, riflettendoci a modo, pensai che avrei preferito la presenza di un filtro fra il mio fegato e i farmaci, anche se si trattava di farmaci così comuni e così apparentemente innocui nelle loro confezioni colorate. Ne parlai al mio coinquilino Marco, qualche giorno dopo, e ne nacque un piccolo alterco: lui sosteneva la libertà di poter acquistare liberamente una confezione di aspirina, mentre io gli feci notare che magari non tutti sono in grado di capire come si usa un anti-infiammatorio e che magari non era un bene vendere i farmaci dagli stessi scaffali del dentifricio. Immaginavo una persona qualunque che con leggerezza butta nel carrello la pasta, i biscotti e le pastiglie di paracetamolo. Troppo facile. Il farmaco sarebbe entrato, a mio avviso, nella normalità della spesa quotidiana mentre invece doveva essere un acquisto eccezionale e ben ponderato, magari con la visita medica o il consiglio del farmacista. La libertà..."gran bella cosa la libertà" dissi, "peccato che non tutti siano sufficentemente dotati di cervello per poterla esercitare totalmente". Prendiamo le armi: esiste una regolamentazione, almeno in Italia, che tenta di porre un certo filtro fra l'uomo e la pistola, di modo che l'acquisto di un'arma da fuoco non rientri nella normalità, non diventi routine e sia reso in qualche modo un po' più difficile. Certo, nulla vieta a un pazzo malintenzionato qualunque di comprare un coltello da cucina e di ammazzare la moglie, ma almeno non può acquistare facilmente una MG-42 e far fuori venti o trenta poveretti. Ridurre il danno, ecco tutto. Di sicuro, uno che è seriamente intenzionato a ingoiare tre scatole di pillole non verrà fermato nè dal medico nè dal farmacista, ma uno sprovveduto che non sa a cosa serve il paracetamolo, o che non sa leggere l'inglese sul bugiardino delle pastiglie può chiedere aiuto al camice bianco dietro al bancone ed evitarsi una lavanda gastrica. Poi, quelle confezioni colorate perciò invitanti mi parevano davvero troppo perchè i farmaci non devono aver bisogno di marketing. Insomma nessuno deve convincermi ad acquistarli se non ne ho bisogno ed è questo che fa la pubblicità o la confezione accattivante. Il farmaco migliore me lo prescriverà il medico che li conosce bene (e non il medico che riceve mazzette dalle case farmaceutiche...).
Quei primi giorni a Londra erano per me come la prima burrasca per il mozzo che si è appena imbarcato. Il meglio però doveva ancora arrivare ma io non potevo ancora saperlo. Se avrò voglia, un giorno scriverò anche il resto della storia, raccontandovi le bellezze e le schifezze di quel gigantesco alveare sciamante che è Londra...

5 commenti:

  1. Storiaa interessante...adesso sono pero´curioso di sapere il resto del tuo viaggio a Londra. Che impressione deve essere trovarsi disperso in una grande metropoli come Londra, pero´chissá anche gli stimoli, immagino almeno.

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  2. Ciao Luca, grazie per il supporto morale, qualche episodio degno di nota c'e l'ho da raccontare sul mio soggiorno a Londra, mi serve tempo e voglia se no poi lo scrivo di merda...

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  3. Infatti fai bene. Ipoteticamente hai una intera vita di post da riempire. Non ti bruciare tutto subito. Buona continuazione

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  4. capisco durruti, ma se te la trovi sta voglia è meglio, che sono riaffiorati tanti ricordi e scrivi bene, cosa che non dico a nessuno perchè non lo penso quasi mai.
    CP

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  5. la foto è molto bella ma secondo me sarebbe stata più efficace con una bustina di resolve accanto..la classica colazione da londinese!

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